Tiramisù di Fabio De Luigi: Recensione in Anteprima

Pubblicato il da in cinema, News.

Dopo 20 anni di onesta carriera cinematografica, Fabio De Luigi ha deciso di osare, vestendo gli abiti di protagonista, sceneggiatore e regista di Tiramisù. Un debutto dietro la macchina da presa ovviamente costruito tutto su di lui, avendo pensato anche al soggetto e messo da solo mano allo script, finendo così per sbagliarne le dosi, tanto da presentare un dolce formato commedia poco saporito e dal retrogusto amaro.

De Luigi è Antonio Moscati, rappresentante di prodotti farmaceutici decisamente poco appagato. Per non dire fallito. Ogni mattina fa visita ai medici della mutua che se ne fregano delle sue bende e delle sue garze, perché in cerca di quei medicinali che a lui, al povero Antonio, il capo non vuole proprio affidare. Al suo fianco, però, spicca fortunatamente una donna dolce e tutta d’un pezzo, Aurora, insegnante elementare che ha una ricetta segreta da poter servire ad amici e clienti del marito. Il tiramisù. Il migliore al mondo, dicono in molti, tanto da diventare un vero e proprio ‘grimaldello’ per far entrare Antonio nelle grazie di medici e personaggi importanti, portandolo di fatto a scalare la sanità laziale e nazionale. Un successo improvviso e travolgente che trasforma Antonio in un uomo così nuovo, diverso, cinico e arrogante dall’allontanare l’amata Aurora, in fuga della sua immorale ricchezza.

Una commedia dannatamente imperfetta, quella realizzata da un De Luigi scivolato pesantemente su una convinzione sbagliata e tendenzialmente arrogante: quella di poter fare un film tutto da solo. Un’unica penna, per un un unico punto di vista, che spazia tra mito del successo da depotenziare, coppia scoppiata da salvare, società corrotta e corruttibile da denunciare, disonestà politica da rimarcare e surreale lieto fine da servire. Ingredienti vuoi o non vuoi resi commestibili da un De Luigi comunque in gran forma, che si fa in quattro per strappare un sorriso e recitativamente parlando buon protagonista di un film affossato da alcune discutibili scelte di casting.

Su tutte quella che vede un insopportabile Angelo Duro co-mattatore. Il suo Franco, fratello 30enne dell’eterea Aurora con figlia a carico, ex moglie e fidanzate-modelle da cambiare come se fossero mutande al mattino, è un personaggio odioso, che assume solo commessi omosessuali perché senza figli e impossibilitati a sposarsi, da scovare sottoponendoli ad ad un test su Raffaella Carrà. Cinico e sprezzante ma in modo fastidioso, perché il più delle volte gratuito e forzato, Duro appesantisce un titolo già di suo altalenante nell’evoluzione della trama. De Luigi, e qui ribadiamo la decisiva assenza di un co-sceneggiatore, corre spedito in sella alla sua storia che trasuda cliché e svolte di scrittura viste e riviste.

Il vecchio pediatra eticamente integro, qui interpretato da un filosofeggiante Pippo Franco, e il giovane ambizioso medico facilmente corruttibile; la collega gnocca che farà deragliare il protagonista e l’amico romanaccio chiamato a strappare risate in quanto depresso cronico; la trasformazione del buffo animo di De Luigi da trasandato ma gentile ad elegante, immorale ed arrogante causa scalata al successo. Step che si fanno strada con troppa irruenza e poca credibilità, seminando gag spesso non troppo riuscite e personaggi comici di contorno gettati nella mischia senza una reale logica. La critica socio-politica, poi, è buttata lì per giustificare probabilmente l’incomprensibile marchio ministeriale di ‘film di interesse culturale’. Ruolo fondamentale ma tenuto in disparte quello della moglie perfetta Aurora, interpretata da una brava Vittoria Puccini (trattenuta e in parte), consorte che ha sempre sostenuto e aiutato Antonio nelle sue proverbiali disgrazie per poi abbandonarlo una volta raggiunta la vetta, perché cambiato a tal punto dall’aver bisogno di un salvagente estremo.

Un passo troppo lungo, quello compiuto dal bravo De Luigi, tirato giù da una sceneggiatura grezza come lo zucchero utilizzato dalla bella moglie ed aspra come quella polvere di caffè che ha finito per sporcare una pellicola dalle dolci ambizioni ma dai mediocri risultati.

(fonte cineblog.it)

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